I racconti della Sahara Race – E via con la prima! #PIPPA

I racconti della Sahara Race – E via con la prima! #PIPPA

Manca solo un chilometro, dai Filippo, ci siamo quasi, 900 metri, 800, 700,… più la distanza nell’ultima tappa diminuiva, più il mio cervello cominciava a realizzare che il dolore era terminato, che era ora di mangiare, di bere una birra, di godersi il meritato riposo.

Gli ultimi chilometri, corsi in sofferenza per guadagnare una posizione ma con 4 unghie dei piedi infette e un tendine infiammato, sono stati lunghissimi. Un terreno spinoso, molle e difficile da correre ha portato tutti i corridori della Sahara Race a completare i 250 chilometri.

L’ultima notte è stata molto difficile, il tempo non passava mai, soprattutto perché reduci da una giornata di pausa dove l’unica cosa gradita era rimanere nel sacco a pelo a causa del freddo e del vento oceanico che continuava a molestare le tende verde militare, nelle quali i 300 partecipanti alla manifestazione trovavano riparo per la notte. Ma la gara è stata fatta prima, queste sono solo piccolezze.

Quando sono partito da Windhoek per arrivare a Swakopmund, luogo di ritrovo per la gara, non pensavo minimamente di aver dovuto difendere per una settimana un ottimo risultato (almeno per me).

Come mio solito, ottimo viaggiatore disorganizzato, la sera prima di un week-end lungo namibico, mi trovo senza mezzo di trasporto per raggiungere la località più ambita dagli abitanti della capitale. Che fare? Autostop? Volare? Alla fine contattando l’organizzazione un gentile signore namibiano origini tedesche mi ha offerto un passaggio nel suo pick-up stracolmo di materiale per la gara. Mi ha pure offerto il pranzo che si era portato da casa con la scusa che era a dieta. Insomma, ospitalità africana.

A Swakop, il clima era geniale. Tutti i corridori erano in città, rendendo una normale piccola cittadina di mare e pescatori, un luogo vivace con ristoranti pieni e tanto baccano. La cittadina è stata fondata dai coloni tedeschi alla fine del XIX secolo e ancora oggi porta i segni dell’architettura europea, che posta vicino all’Oceano atlantico ha un fascino molto particolare.

Già venerdì, subito dopo il mio arrivo, ecco il controllo materiale. Tutti molto sorpresi di vedere il mio zaino curato nei minimi dettagli, alla fine mi danno la benedizione. 6,7kg, un peso ottimo per partire.

Sabato ci portano nel campo base, da dove poi scatterà la gara domenica mattina. Ci inoltriamo nel “Skeleton Coast National Park”, normalmente vietato al pubblico. Questa parte del deserto del Namib, ha la particolarità di terminare direttamente nelle potenti acque dell’Oceano. Ecco che, come deserto, non era quello che ci si aspettava. Umidità, moltissimo vento, freddo anche durante il giorno e sempre una nebbiolina dovuta allo spostamento delle sabbie.

Dopo una prima notte, dormita non particolarmente bene, eccoci alla partenza. Tutti adrenalinici, pronti a dare il massimo. Alcuni più tranquilli di altri. Io sono sicuro delle mie potenzialità. Pronti, partenza e via. Ormai non si torna davvero più indietro. Il peso dello zaino e la pressione generale di mostrare di che pasta sono fatto tentano di fermare la mia ferrea volontà, ma non ci devono assolutamente riuscire.

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Dopo il primo Checkpoint (CP), i corridori già si sono dissoluti molto attraverso il percorso. Io, non avendo percepito bene in che posizione mi trovassi, continuo a correre al mio ritmo tranquillo, senza forzare, per capire che tipo di gara potessi fare. Ma dopo il CP 3, al 30 km (quindi a sette dalla fine), ho sentito la forza nelle gambe e ho spinto, recuperando almeno 6 posizioni e guadagnando minuti preziosi che in seguito mi faranno molto comodo.

Pensando di essere terzo, alla fine della tappa sono deluso nel vedere già così tante facce note al campo numero 2. In effetti, ero 12, non male affatto ma risultato inaspettato. “Filippo, calma, la gara vera e propria non è oggi, ma giovedì e hai ancora 3 tappe che ti separano dalla quella lunga” mi sono detto fiducioso, sapendo di aver potuto recuperarein seguito.

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Il campo numero 2 mi ha fatto patire molto il freddo. Il vento era molto forte, rendendo la vita difficile a chiunque volesse avventurarsi per andare a prendere l’acqua calda, servita al centro del campo dai locali che la scladavano con delle teiere, o solamente uscire per scaricarsi o scaldarsi di fianco ai fuocherelli. La mia tana era come al solito la tenda, che mi ha permesso di recuperare in modo adeguato. Al tramonto, era già ora di dormire e pensare alla seconda tappa, 42 chilometri e considerata la più difficile delle 6.

Partito come una saetta, presto mi ritrovo fra le top ten. L’inizio della tappa è un altopiano sabbioso, molto duro. Dopo alcuni chilometri ormai, il gruppo si dilegua ancora di più e mi ritrovo a lottare per il terzo posto. La sabbia è sempre la stessa, solo che ora ci hanno portato in riva all’Oceano, una pianura di almeno 5 chilometri che permetteva, in lontanza, di vedere il CP 1. Arrivato lì, mi rifornisco di acqua, mangio, e via riparto per non perdere il gruppo. Presto mi ritrovo ad inseguire Kyle, partito al CP1 senza fermarsi e attualmente terzo. I primi due ormai sono già troppo distanti. Kyle, un americano, corre come un metronomo. Lo seguo con fatica ed ecco che improvvisamente mi semina. Thomas invece, un tedesco, viaggia ancora al mio ritmo prima di cedere verso il 23 chilometro. Oramai il CP3 è vicino, e vedo già il momento finale, il più duro sulla carta. Arrivato, in quarta posizione consolidata, mi sono rilassato. Mi sono rifornito in velocità e sono ripartito. Ormai le nuvole uggiose hanno cominciato a lasciare spazio al caldo cocente di mezzogiorno. Dalla costa, ecco che cominciamo ad addentrarci nel deserto interno, quello più caldo. Dopo 1 km ecco la crisi. Sono stanco, ho corso molto bene ma comincio a sentire la fatica. La respirazione e lo stomaco non mi lasciano stare. Ma sono sicuro che mi mancano per l’esattezza 9km all’arrivo, non sono molti. Sono anche consapevole che devo difendere la posizione, guadagnare tempo. Ormai, quando si è davanti, la pressione è alta. E l’ho imparato qui per la prima volta nella mia vita.

Dopo una serie di sali scendi rocciosi che mi sfiancano, comincia un pezzo infinito, un falso piano, sabbioso. Ecco che da dietro appaiono Ole e Thomas, il ragazzo scozzese e mio compagno di tenda che alla fine arriverà terzo. Mi passano senza lasciarmi scampo. Io continuo imperterrito.

Mancano forse 3 chilometri. Thomas non è ancora troppo lontano, lo posso riacciuffare. E così farò. Al traguardo lo batto per soli due secondi su uno scatto finale emozionante, saltando da una piccola collinetta di sabbia. La seconda tappa la concludo 5. Felice e beato. Il sole splende e finalmente si sente il caldo che tanto aspettavo. Riposo meritato al campo, senza maglietta che metto ad asciugare, chiacchierando con gli altri corridori.

Il terzo giorno ho lo spirito sempre carico. Pronto a fare la differenza. Ancora 42km ma questa volta niente vento, nessun oceano. Solamente pietra e un sole che la distrugge. L’obiettivo è logorarsi il meno possibile nella calura. Nei primi due CP, fino al km 17, sono una roccia, tengo la posizione numero 4 che mi contendo insieme al tedesco Thomas. Ole, il norvegese, è già lontano e insegue i primi due, inarrivabili come sempre.

Poi, prima del CP3, il sole fa il suo sporco dovere. Ci sfianca. Ole lo recuperiamo sul tragitto disidratato e per questo dopo il quarto giorno, si ritirerà. Cerco di aiutarlo dandogli la mia poca acqua rimasta ma anche io sto rischiando. Al CP3 poi, ci obbligano ad aggiungere mezzo litro alle nostre riserve. Ripartiamo in 3. Ole tiene il passo. Ci scambiamo a vicenda la guida del trio per darci manforte ma alla fine il norvegese scoppia e diventa un duello per la terza posizione fra me e il tedesco Thomas. Non si ferma mai, continua anche lui come un carro armato. Ma so che gli fanno male le ginocchia e che è stanco. Mi semina comunque, avanza di almeno 600 metri finché lo vedo solo in miniatura. Ma non mi do per vinto e continuo a puntarlo fino a che a pochi metri dall’arrivo, con una falcata prorompente per almeno un chilometro, lo sorpasso, a solo un centinaio di metri prima del traguardo. Pensando di essere terzo, rimango deluso a sapere che un altro giapponese era entrato nella top ten, fregandoci la posizione. Ma sembrerebbe ancora distante di tempo.

Il quarto giorno è delicato. È il giorno antecedente alla grande tappa. Perciò bisogna fare attenzione alle energie e a non infortunarsi. Ole si ritira, non tiene più. Kyle invece, che nella terza tappa era stato male e quasi si era ritirato, sembra non voler forzare. La tappa è di 41 chilometri, molto in discesa ma su falso piano e sempre accompagnata da una calura insopportabile. Partito anche io con parsimonia, vedo che il gruppo davanti prende già troppa distanza. Brutto segnale se più tardi vorrò attaccare o mantenere la posizione. Soffrendo molto, riesco ad arrivare al CP3, antecedente alla fine e a vedere finalmente il traguardo. Kyle, che teneva il mio ritmo, cede. Ma riesco a vedere davanti a me Thomas, lo scozzese, che nel frattempo era scalato dietro di me in classifica, ma oggi conduce di qualche minuto prezioso. Ecco che tento di attaccarlo ma nulla da fare, non ho più benzina a soli 4 chilometri e decido di tenermi per l’indomani, dove avrei per forza dovuto tenere un ritmo più elevato. Concludo ottavo ma felice e concentrato per il giorno seguente.

La tappa lunga, come diceva il grande toprunner italiano Filippo Salaris, è dove questo genere di gara viene deciso. È infatti qui che i tempi possono essere allungati in maniera decisiva sull’avversario ed è importante non sbagliare, perchè potrebbe essere letale. Per me la tappa lunga alla Sahara Race significava molto. 77 chilometri non mi spaventavano, ma mi spaventava il fatto di dover difendere ardentemente il terzo posto che mi ero guadagnato nel frattempo in classifica generale.

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La partenza per me è stata molto dolce, un passo molto rilassato che mi ha dato fiducia per le ore seguenti. Ma la pressione di difendere era troppa. Ho spinto un po’ di più per evitare di perdere il treno fin da subito. La sabbia molto cattiva fra il CP1 e ilCP2 non mi ha fermato. Le dune fra il CP2 e il CP3 non mi hanno fiaccato, anzi le ho affrontate insieme a Thomas, il tedesco. Lo scozzese era già troppo avanti e non tenevamo la 4 e 5 posizione.

Dopo il CP3, quindi al 30 chilometro, mi sento bene e allora parto per andare al prossimo CP, sapendo che avrei potuto distendermi un attimo, riposarmi e ripartire per il rush finale. Ma purtroppo, al CP4, dopo essermi seduto a prendere una qualche proteina, ho dimenticato di mangiare e ho pagato questa sciocchezza nei chilometri successivi. Non sono più riuscito a correre come prima, niente più forze, niente più concentrazione. Ho letteralmente visto le stelle.

Quei 30 chilometri, mi sono costati 2 ore in più di marcia, che hanno significato perdere il terzo posto, scivolando all’ottavo. Non importa la classifica direi, ma mi rammarico un po’ di aver sbagliato la tattica proprio nel momento cruciale. Purtroppo sapevo che nell’ultima tappa, la differenza ormai non l’avrei più potuta fare.

Conlcudo 7 generale maschile, 8 assoluto, 1 categoria under 29. Felicissimo di una prestazione ottima. E ora pensiamo al Gobi.