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Un ringraziamento agli Stati Uniti

L’ultima volta che mi sono trovato alla frontiera americana  è stato nel 2013. Allora mi ero recato nella grande Mela per la prestigiosa maratona. Ma New York, come dicono in tanti, non riflette veramente gli Stati Uniti.

Questa volta però, sento proprio di voler ringraziare gli Stati Uniti. Sono partito da Los Angeles con il sorriso, perché ho visto la volontà di un paese di cambiare. Non parliamo di politica per una volta, ma di norme sociali, di sensibilizzazione ai cambiamenti e ai problemi che circondano la società.

Se all’entrata del paese sono stato bloccato dalla poliziotta di frontiera che, dopo aver saputo che studiavo scienze politiche (oddio che avevo studiato…), mi ha fermato 40 minuti a parlare di filosofia e di educazione (con la gente che aspettava dietro guardandomi come se fossi un clandestino) e bloccando l’intero sistema dei computer, l’accoglienza non si è fermata lì. Anzi, ogni luogo in cui sono andato sono stato accolto, ospitato, aiutato. A ogni domanda, una risposta. A ogni preoccupazione, una soluzione (tranne quando Brendan Funk si è perso nelle montagne… la risposta è stata quindi “I am sorry for you man”…).

Incontri mitici, persone riviste dopo tanti anni e che sembrava aver rivisto la sera prima al bar. Amici sportivi che mi hanno aperto un mondo… Insomma, che dire se non un grande GRAZIE a queste persone?

A San Diego, appena arrivato, ho rivisto Anna, la mia vicina di casa e grandissima amica. Simona, sua amica in vacanza con lei, mi è piaciuta moltissimo e con loro ho passato due bellissime giornate a ridere e scherzare (anche se Simona, quando mi ha detto che dovevo portarla all’aeroporto, mi ha quasi fatto fare un incidente ritornando, perché non riuscivo a tenere gli occhi aperti). Poi l’incontro con Cassandra, ex-compagna di Erasmus in Spagna che ora vive a Tijuana (in Messico, alla frontiera con gli Stati Uniti) e i ricordi delle follie passate (anche se le follie non abbiamo smesso di farle anche negli USA).

Infine, dopo un infinito ed eterno “cazzeggio” durato ben un mese dopo la fine della Gobi March, l’arrivo in Colorado, dove ho incontrato Steve e Tomomi che mi hanno ospitato nel loro Chalet di montagna vicino a Boulder, cittadina conosciuta anche come la “Mecca del running” (senza offesa per i più ferventi musulmani). L’arrivo di Brendan, mio compagno di corsa, è stato poi un “highlight”. Insieme per 2 settimane a vagare per il Colorado, siamo riusciti ad allenarci insieme solamente quando abbiamo scalato il Mt. Sopris vicino ad Aspen. Le altre volte o uno dei due si perdeva, oppure l’altro manco si presentava al punto di partenza al mattino perché il GPS lo aveva portato fuori pista.

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Io e il buon Brendan, ce la siamo spassata mica male. La seconda settimana ci siamo spostati nella valle di Aspen, dove i mitici Dan e Erin ci hanno ospitati su un materasso gonfiabile per una settimana in un appartamento piccolino. Ma la loro generosità andava oltre e ci dicevano “please, stay as long as you want”. Che bello vivere così, in un posto da mille e una notte. Devo tanto a Erin e Dan. Erin l’ho conosciuta in Namibia e non appena ha saputo che sarei passata dalle sue parti, era al settimo cielo.

Gli allenamenti sono sempre andati benissimo, in posto incredibili.

Poi, le mie ultime due settimane, mi sono spostato in Wyoming, a Jackson Hole, casa dei Tetons e del parco di Yellowstone. Jax e suo marito Lance, con il loro adorabile Loki (un pastore svizzero bianco?), sono stati come una famiglia. Mi hanno comprato un materasso gonfiabile comodissimo che mettevo in mansarda. Jax mi ha aspettato per un “training camp” che mi ha letteralmente distrutto (con tanto di svenimento in funivia). Io e Lance, persona piacevolissima e fotografo freelance, ci siamo subito presi in simpatia. Anche lui ha corso e camminato con noi, ma alcune operazioni al ginocchio non gli permettevano grandi sforzi. Dopo due settimane mi sentivo come a casa. Jax e Lance sono poi dovuti partire per lavoro, lasciandomi la casa libera per qualche giorno (chiaramente i party non avevo nemmeno la benché minima intenzione di organizzarli, tranquilli ragazzi). Ho dovuto anche prendermi cura del piccolo Loki, che ho un po’ strapazzato su e giù per le montagne.

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Sono partito, direzione Los Angeles, triste, ma consapevole di aver passato un mese incredibile. Ma non era finita. Jared, il fratello di Erin che vive a Long Beach (Los Angeles), mi ha ospitato insieme alla sua ragazza Candy. Cassandra è salita ancora da Tijuana per darmi un ultimo saluto prima della mia partenza per il centro america, a Panama. Jared mi ha mostrato il suo luogo di lavoro: WEEDMAPS. Diciamo un sito di informazioni sulla Marijuana con tanto di mappa interattiva per trovare medici, negozi e fornitori di prodotti derivati dalla Cannabis in tutti gli stati degli USA dove la Marijuana sia stata legalizzata sia a livello medico che ricreativo. L’ho provato personalmente, e senza muovere un dito, mi hanno portato il sacchetto con le *medicine* direttamente all’appartamento. Che vuoi di più?

Una notte, ed era ormai tempo di partire. Ho preso la mia Fiat 500 affittata (vi giuro che guidare una 500 di fianco ai bestioni americani, fa paura) e mi sono diretto all’aeroporto. Questa volta per partire veramente e lasciare gli States, direzione Panama, dove Veronique e René mi aspettavano… ma questa è un’altra storia.

Che dire se non GRAZIE a tutte queste persone spettacolari che ho incontrato. Gente che si è interessata alle mie avventure e che mi hanno aperto le porte del loro mondo. Ho visto una società in continua evoluzione. Gli stereotipi che si hanno sugli americani possono valere in parte, ma è comunque vero che su molti temi sono molto più avanzati che la buona vecchia Europa, che si crede sempre la più liberale. Sono partito felice di aver fatto quest’esperienza.

THANKS USA!

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