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Da Panama alla gara, ricapitoliamo!

Le ultime settimane sono state piene di emozioni. Ricapitoliamo.  Dopo gli Stati Uniti sono stato accolto a Panama da René e Veronique. Che dire, ho passato 5 giorni da re, viziato dalla loro gemtilezza e dalla bellezza delle cose che visitavo.
Ho passato parecchio tempo con Carmen, la sorella di Veronique. Anche in visita, ci siamo fatti compagnia e ci siamo intesi bene. Intanto la piccola Asia, figlia di René e Veronique che avevo solo visto appena nata, è cresciuta e comincia a parlare. Un caratterino. A completare la bella famiglia infine, Coco e Cuba, due barboncini spettacolari, energici e molto amorevoli.
Durante i giorni passati a Panama ho potuto scoprire posti fantastici, come l’arcipelago delle isole San Blas, sul mar dei Caraibi. Un’autentico paradiso. Oppure il famoso Canale, recentemente ampliato e che mi ha affascinato come mai avrei pensato.
A completare una visita ticinese è stato l’incontro con Franco e Daniela, una coppia di ticinesi anche loro “expat” in terra tropicale. Insieme a loro si sono fatte delle uscite molto divertenti.

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Insomma, sono partito per il Cile molto felice e con il sorriso sulla bocca dopo aver rincontrato queste persone meravigliose.
Sportivamente parlando, ho corso poco. Una volta sono uscito con René, che con Veronique sono entrambi maratoneti. Ma il calore e soprattutto l’umidità ti distruggono.
Ma la missione più importante arrivava ora, decollando dall’aeroporto di Tocumen direzione Santiago e poi San Pedro de Atacama, piccolo paesino nel mezzo del deserto più secco del mondo.
È come atterrare su un altro pianeta. Non te lo aspetti ma per orientarti ti serve un po’ di tempo. Le viuzze sono poche ma simili, attorniate da case di fango preservate dalla municipalità per preservare il patrimonio culturale. Durante la prima settimane della mia permanenza (visto che avevo deciso di fermarmi un mese per allenarmi) ho conosciuto tutte le persone a me più care a San Pedro. Ricardo, un ragazzo di Vina del Mar che lavora come cameriere, mi introduce alla vita del paese. Leila e Maria José (Coté per gli amici), mi hanno poi accolto a braccia aperte ed è nata un’amicizia bellissima.

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Sempre durante i primi giorni però, ho avuto paura. Esco a correre, torno con un tendine della caviglia tutto infiammato. Non so che fare, panico. 3 settimane per sistemare tutto, e chiaramente per correre ed allenarmi. Non mi andava giù che fossi andato prima e non potessi sfruttare il vantaggio.
Fortunatamente tutto è andato a posto in pochi giorni, dopo massaggi (grazie a Rosemarie e Nacho) e riposo. Sono tornato a correre come prima, ma sempre con timore.
I luoghi sono magici, belli, inspiegabili. Corri con panorami incredibili, vulcani che ti contemplano, entrano nella tua anima cercando di leggerti. Tu ci provi a leggere loro ma sono enigmatici. Il vulcano Licancabur (che scalerò verso la fine, 5917m.l.m) ha un’eleganza che ti colpisce al cuore, ti toglie il fiato e non ti permette di guardare altrove. È lì fermo, piazzato come un re sul suo trono e circondato da altri vulcani, suoi vassalli (anche se più alti).
Mi frequento molto con Leila, e con le sue amiche e amici facciamo molte attività che mi svagano un po’ dal mondo della corsa.
Brendan e Jareb, due compagni di corsa, arrivano dopo due settimane. Il loro arrivo segna una nuova tappa. Con loro scalerò un vulcano e farò un paio di uscite a corsa. L’altitudine ormai non dovrebbe più essere un problema.

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L’ultima settimana prima della gara è stata delirante. Praticamente non ho riposato. C’erano sempre molte cose da fare. Riparare lo zaino (grazie a Idania), cucire i calzoncini (grazie Leila), preparare il cibo sottovuoto (grazie Odette e il ristorante Agua Loca), andare a comprare piccolezze.

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E chiaramente, ho dovuto metterci in mezzo un viaggio in Paraguay.
Per me il paraguay era un’enigma. Pia, un’amica di anni addietro che avevo conosciuto negli Stati Uniti mi invita a passare alcuni giorni as Asuncion per farmi conoscere il suo paese. Parto giovedi per tornare lunedi (prima della gara). Paolo, il mio allenatore, dice che sono una testa di cazzo (haha con affetto ovviamente). Confermo, lo sono, ma se non lo fossi non farei quello che sto facendo.
4 giorni per innamorarsi di un paese? Possibile. Quello che mi ha fatto realmente innamorare del Paraguay è stata l’accoglienza di questa gente. Anche li, trattato come un re, viziato di regali e accolto come un figlio. Che dire di più? Pia è stata un’ottima guida turisitica. Chiaramente mi ha fatto piacere sentire le sue storie, le sue battaglie sociali in un paese confuso, parlare con lei di argomenti interessanti culturali e politici ma anche di vere proprie cazzate.
Anche dal Paraguay sono tornato felicissimo. In Cile, ormai casa, mi aspettavano tutti, e soprattutto Leila. Ritornato a ‘casa’ mi aspettavano giornate lunghe di preparazione del materiale.

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Arrivata la gara, ero stressatissimo perché ero talmente rilassato con i tempi che il giorno prima della gara ero ancora in alto mare. Ormai introdotto nella vita quotidiana del paesino e affascinato dalla gentilezza della gente, mi perdevo ore e ore. Si vive una volta sola no?
Ma mai ho dimenticato il mil compito. Terminare l’Atacama Crossing per vedere l’atto finale del mio slam. Ma non terminarlo e basta, terminare fra i primi, come in Namibia e in Cina.

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Ma questa è un’altra storia. Ho riassunto il più possibile un mese e mezzo di attività intensa. Concludo dicendo che per me San Pedro de Atacama è diventata come una seconda casa, così come Asunción, Panama e tutti i posti che ho avuto modo di visitare. Il mondo è casa per chi sa apprezzarlo. Le energie positive aiutano in questo.

Pippa

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