Cosa ha significato organizzare il progetto 4 Deserts…

Cosa ha significato organizzare il progetto 4 Deserts…

Quante volte negli ultimi tempi, tornato dal Sudamerica, ho sentito gente che mi ha posto la domanda: “E adesso? Vai a lavorare finalmente? Per rispondere una volta per tutte a questa scomoda domanda, mi piacerebbe approfondire il dietro le quinte di tutto questo 2016 che ho passato come atleta professionista (quindi pagato per correre, salariato).

Personalmente, ammetto di averci dato troppo peso all’inizio. Prendevo tale quesito come una provocazione bella e buona. Ma andando in profondità mi sono detto: “Chiaro, le altre persone non sanno come si svolge la preparazione alla gara, come si svolgono gli allenamenti e soprattutto come si organizza un anno del genere”. Per questo motivo mi piacerebbe approfondire alcuni aspetti indispensabili, che hanno reso questo anno incredibile.

Dunque, partiamo dalla base. La ricerca degli sponsor. Ovviamente, quando mi è balzata in testa l’idea di siffatto progetto, in pochi (o forse pochissimi) mi avrebbero dato un centesimo. Ma non perché non esprimevo fiducia, bensì perché era un progetto talmente strano, astratto e fuori da qualsiasi logica, che le persone a cui chiedevo un supporto economico tante volte semplicemente non lo capivano. Quindi, se vogliamo fare un grande passo indietro, il progetto e la ricerca degli sponsor sono cominciati all’inizio del 2015. Molti rifiuti, anzi moltissimi. Direi l’80%. Le risposte variavano dal “non rientra nel nostro progetto di Business” oppure semplicemente “non abbiamo i mezzi”. La verità è che, o non ci capivano niente, o semplicemente avevano voglia di investire in qualcosa d’altro. Nessun problema.

Continuando però, alcuni si sono interessati e così ho cominciato a crederci sempre di più. Il progetto cresceva e io da dietro spingevo e chiedevo. Fino a che belle occasioni sono saltate fuori. Ammetto che, in preda alla disperazione, sono passato dalla porta di dietro, come si soul dire. Ovvero, ho usato conoscenze per ricevere qualche sponsor in più, ma chi non lo fa? Grazie a Gian Vittorio per esempio, sono diventato atleta Mammut Svizzera. Ma senza di lui, uno sponsor tecnico non l’averi mai ottenuto. Insomma, tutto ciò per dire che è stato un lavoraccio trovare i fondi necessari per: pagare le tasse d’iscrizione, gli alberghi, le trasferte e il sostentamento durante la stagione.

Quindi, il progetto in se è partito un anno prima, con lo stabilire dove, quando perché, ecc… Poi, continuando, ho fatto leva anche su fondi privati. E quindi ancora campagne e serata per raccogliere fondi. Diciamo, una cosa che non mi sarei mai aspettato di dover fare, dal momento che non è nel mio carattere chiedere soldi ala gente. Ma per una cosa del genere e per amore della corsa, ho deciso di buttarmi.

Tutto questo però, non sarebbe stato possibile senza due persone al mio fianco. Ricky e Luca, due grandi amici che hanno sacrificato molto del loro tempo per creare i volantini, pagine facebook da aggiornare oppure organizzare serate. Ovviamente non si hanno i fondi a questi livelli per stipendiare qualcuno, ma sicuramente se lo sarebbero meritato. Quindi, un progetto del genere coinvolge direttamente anche altre persone. Da solo è impossibile gestire tutta l’organizzazione, a meno che non si abbiano i mezzi per farlo. Inoltre, per stampare sui vestiti, senza l’aiuto di Fabrizio Battaini, sua moglie e il suo caro collega Davide, sarebbe stato difficile sostenere costi elevati. Ma con il loro aiuto, sono riuscito a stampare il mio materiale ad un prezzo eccellente, se non quasi rubato.

Ma questa è la parte che possiamo chiamare economica e organizzativa. Riepiloghiamo: campagna sponsor, organizzazione eventi per raccolte fondi, gestione di pagine face book, sito internet e invio di ringraziamenti, più trovare due spalle su cui contare. Non riesco nemmeno a citare tutto per quante cose ci sono state da fare.

Ah beh, dimenticavo: organizzare le gare? A livello logistico bisognava decidere quando partire, dove andare, dove allenarsi e per quanto tempo. Quindi i costi dei biglietti, da prendere in anticipo, trovare posti affidabili e adatti all’allenamento e soprattutto mantenere un contatto costante con l’organizzazione per capire esattamente il materiale necessario, il luogo di ritrovo, ecc… . Sembra niente, ma in verità sono mesi e mesi di preparazione.

Passiamo all’aspetto sportivo: allenarsi, si, ma dove? Sei professionista? Bene, allora sfrutta il tempo per allenarti in luoghi che ti possano aiutare. Ed ecco che ho deciso di allenarmi prima di maggio in Giordania. Ma anche li, l’allenamento sulla sabbia era a 3 ore di macchina da dove vivevo. Ecco che il weekend era dedicato a quello. Si partiva per il deserto e si restava due notti, pensando solamente a correre. Lo stesso è valso nei 3 mesi fra il Gobi e l’Atacama, dove ho dovuto scegliere dei luoghi adatti e dove avrei potuto alloggiare a basso costo o gratuitamente (per esempio a casa di amici). Avrei potuto stare a casa, certo. Ma avrei perso vantaggi non trascurabili.

Tuttavia, l’allenamento non è solo fisico. Dal punto di vista fisico e logistico, Paolo Barghini, che mi ha seguito tutto l’anno e mi ha fatto fare una progressione costante, ha subito creduto in me e mi ha preparato a modo.

Ma il grande allenamento è quello mentale. La mente traina tutto. E qui Guya De Ambrosis è stata fondamentale. Grazie alle sue tecniche di ipnosi, meditazione e mental coaching in generale, mi ha aiutato a sorpassare momenti difficili, a enfatizzare momenti belli, a elaborare i miei problemi lasciati in sospeso con il passato, ecc… Ecco che l’allenamento prende già una forma ancora diversa. Se in più bisogna aggiungere il Pilates, che grazie al mio sponsor Studio Pilates di Lugano (Monica e Barbara Caroni che mi hanno insegnato), sono riuscito a fare da solo quando ero via, e pure la cura del corpo come massaggi sportivi, ceretta ecc… Il tutto prende una miriade di tempo. È un vero e proprio lavoro correre 1000 km in un anno. Un vero e proprio lavoro.

Quindi, si può dire si, che Filippo Rossi ha corso 1000km. Ma come li ha corsi?

Dimenticavo, la preparazione del sacco per la gara, che prendeva almeno 1 settimana di preparativi per capire esattamente cosa mettere. Le sue rifiniture, grazie anche ai sarti della Mister Minit Christian e Carlo. La scelta delle scarpe e la loro preparazione. Tutte cose minuziose che andavano sperimentate.

Correre 1000km in un anno, in 4 gare differenti, prende molto tempo. In più se aggiungiamo il tempo che ho dedicato a lavorare come collaboratore corrispondente per alcuni giornali (soprattutto il Corriere del Ticino), dalla Giordania al Cile, passando dai campi profughi vicino alla Siria e arrivando a parlare di Cannabis e relazioni fra Taiwan e Cina, non si può certo dire che io quest’anno non abbia lavorato.

Molte persone hanno lavorato CON me e PER me. Certo. Ma la parte principale l’ho fatta io. Tutte queste persone meravigliose mi hanno aperto le porte, ma ero io alla fine che dovevo correre. Senza togliere niente a nessuno.

Ci tenevo a chiarire brevemente, e di cose se ne potrebbero dire ancora moltissime, cosa significa organizzare un progetto del genere e far capire alle persone che non è uno scherzo correre in maniera professionale. Come non è uno scherzo fare qualsiasi attività.

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Che esperienza! Grazie a tutti!

Che esperienza! Grazie a tutti!

Sono sparito per molto, troppo tempo. È ora, ahimé, di fare un bilancio di questo ultimo periodo. Dopo l’Atacama mi sono spostato a sud verso la Patagonia, dove mi sono allenato per 3 settimane in compagnia del mio amico Ricky e del mio compagno del Grande Slam Funk.

Non mi posso soffermare troppo su tutte le cose che sono successe, se no mi dilungherei troppo. Posso però raccontarvi l’Antartide, posto sconosciuto alla maggior parte delle persone.

La partenza, prevista da Ushuaia il 18 novembre, sembrava non arrivare mai. Giorni di attesa, ultimi preparativi, adrenalina accompagnata da un po’ di normale nervosismo. Finalmente il giorno dell’imbarco. Al porto si scorge la MV Plancius, nave olandese che ci avrebbe accompagnato. Non gigante sembrerebbe. Il ritrovo è in un hotel del centro della cittadina. Tutti si rincontrano, bei momenti. Abbracci, baci, scherzi e il primo briefing dove ci viene spiegato come comportarsi sulla nave e cosa fare.

Sembra partire per una vacanza. Tutti sono rilassati. Gli Slammers sono tutti confidenti: “ormai lo slam è nostro, non sarà di certo questa gara a fermarci dopo quello che abbiamo passato”. In effetti, in meno di 7 mesi avevamo già percorso 750km di gara in 3 continenti differenti. Cosa sarà mai questa gara dove “addirittura” abbiamo doccia e letto incluso?

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Al porto ci imbarchiamo e prendiamo possesso delle camere. Che lusso! Letti comodi, doccia in camera, televisione e armadi. Il personale, molto professionale, ci spiegano come comportarci sulla nave e in Antartide. Intanto la nave salpa, sono le 18: direzione canale di Drake passando per lo stretto di Beagle. Il Canale di Drake è conosciuto per essere il mare più burrascoso del mondo. Francis Drake ci passò con il suo vascello nel XVII secolo. Vuoi dire che noi non ce la facciamo? Presto avrei però capito perché è così temuto. Il mare è sempre forza 4 o 5, molte navi sono state travolte e distrutte. Numerose persone ci hanno perso la vita. Ma questo nel passato. Oggi le tecnologie sono migliori e gli incidenti rari. Ma… come si dice in dialetto… “sa sa mai”. Il Beagle è calmo, non raggiungeremo il Drake prima della mezzanotte e dovremmo accorgercene.

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La prima notte nel canale non è tremenda anche se la nave balla parecchio e l’equilibrio tentenna. Colazione, pranzo e cena sembrano essere tutte attaccate. Difatti i due giorni necessari per attraversare lo stretto sembrano non passare mai. Nulla da fare, problemi a leggere o stare seduti in pace. Ma domenica sera finalmente si può scorgere terra! L’Antartide, finalmente! Ci siamo!

King George Island è la prima tappa, al largo della penisola. Il mattino, prima di imbarcarci per la tappa, sembra tutto molto nebbioso. Ma il tempo, qui, può cambiare molto velocemente. Infatti due ore dopo, al momento di sbarcare, la nebbia è sparita e sembra quasi che debba uscire il sole. Sbarcando sulla costa quasi non ci credo. Sto veramente per correre l’ultima corsa, quella che ho aspettato sin dall’inizio dell’anno. Quella che dubitavo di più perché non ero sicuro di riuscirmi a qualificare. Ma via tutti i pensieri e cominciare a concentrarsi sulla prima tappa: 13 ore di corsa su un percorso che all’inizio pensavo fossero 14km ma alla fine erano 11km.

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Si parte, The Last Desert è cominciata. Subito mi metto nel gruppo dei primi. Il percorso è molto nevoso e duro. La neve è ancora fresca ma è più o meno corribile. Prendo distanza da Tommy e Andrea presto, ma Kyle è troppo veloce e scappa quasi subito. Si crea una situazione per tutta la giornata dove Kyle prende sempre più terreno e io riesco a mantenere costante il distacco con gli altri due inseguitori. La giornata passa, io continuo a correre. Il sole decide di uscire e sciogliere la neve, facendola diventare ancora più bagnata. Disastro, le gambe soffrono. La seconda parte del percorso è invece più sterrata e verso sera è molto più corribile. Si possono scorgere alcuni pinguini e anche una foca che dorme. Ma si continua a correre. Verso le 7 di sera, ormai da 10 ore in gara, sono stravolto. Tommy mi recupera, Andrea è sempre dietro. Mi fermo per andare al gabinetto, nella base russa. Entro tutto bagnato, saluto il signore in russo e lui gentilmente mi indica il bagno. Esco e mi dicono che c’è ancora tempo per fare un mezzo giro. Via si parte. Ritorno, e mi rispediscono ancora una volta. Ritorno e finalmente finisco. Sono le 8.30. Abbiamo corso per 13 ore, ho percorso 87km. Kyle 91. Tommy e Andrea come me. Ritorniamo sulla nave per mangiare. Alle 23 finalmente posso andare a dormire, sofferente. Le gambe sono stanchissime, i tendini si sono infiammati. Devo trovare una soluzione.

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Il secondo giorno ci troviamo già su una seconda isola. Deception Island. Un vulcano. Anche questo un posto magnifico. Sbarchiamo presto. Dicono che si correrà per 10 ore. Sono già stanchissimo. Quando partiamo, le mie gambe sono ancora ferme, bloccate. I tendini fanno male. Dovrò resistere, e so che dovrò farlo per molto. Psicologicamente sono a pezzi quando scopro che sono dietro di molto e faccio molta fatica a correre. Ma avanzo e continuo a girare sul percorso da 3km. Finalmente, verso fine giornata, so di aver percorso 48km, 8 in meno di Kyle che continua al comando. Andrea conclude come me. Tommy più avanti e salta fuori un’ulteriore avversario, Frode. Questo norvegese è stato una delle persone meno sportive che io abbia mai conosciuto. Non lo nascondo, un vero e proprio imbecille. Ma è dietro di me, a 7km, e devo mantenerlo dietro.

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Il terzo giorno è stato forse il più massacrante. il circuito è di 1,5km. Tempo di gara almeno 10 ore. Significa che i giri saranno molti. Si parte, ancora una volta in difficoltà, rimango dietro. Ma ormai posso gestire il terzo posto. Due sono le persone che non devono passarmi davanti. Andrea soffre molto come me. Lui però con la caviglia e questo lo ritarda. Il norvegese invece, a furia di spingere per terra altra gente, si mantiene dietro Kyle e comincia a mangiarmi terreno, ma non ci riesce perché riesco a mettere a segno una giornata ottima. Soffrendo fisicamente molto ma riuscendo a correre e portare a casa 72km importanti. Circa 40km mi separano dalla fine della gara.

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Il quarto giorno si corre solo per 3 ore. La gara viene sospesa. Meno male, perché ero in crisi nera e ha spezzato il ritmo di tutti. Porto a casa 14km in più. Domani sono 26km da fare, fattibile e soprattutto ho sempre 7km dal quarto, che posso gestire. Questo pomeriggio è importante per me. Posso riposare e capire come organizzarmi l’indomani.

Il quinto giorno è stato l’ultimo di gara per me. Kyle, Tommy e io dovremmo finire oggi sicuramente. il percorso è duro. Salita e poi discesa, niente pianura e sopratutto terreni facili. Il primo giro soffro, fa male mi innervosisco. I primi fanno strada nella neve fresca. Dal secondo giro sicuramente sarà sicuramente meglio. Fa troppo male però. Non riesco a correre, cammino a malapena. Faccio anche il secondo giro e mi fermo dal medico. Deve mettermi una benda compressiva al ginocchio. Messa? Ok, riparto. Ma il ginocchio non è l’unica cosa che mi fa male. La caviglia sinistra è a pezzi, i tendini e il piede gonfio a malapena mi permette di muovermi. Mi fermo ancora dal medico. Tutti al checkpoint sono sopresi. Mi mette un’altra benda di compressione sulla caviglia. Mi rialzo e riparto. Per ora, sto tenendo dietro il norvegese. Il percorso è di 3,4km. Ottimo, mi mancano ancora 6 giri. Da quel momento in poi, non mi sono più fermato, sono andato avanti correndo come a più non posso. Arrivo all’ultimo giro, vedo in lontananza il norvegese che si avvicina. Ma tranquillo, dovrà doppiarmi prima e quindi non ce la farà mai. Salgo l’ultima salita e poi mi lancio verso la discesa come una freccia. Piango mentre corro, mi blocca la respirazione. Sono impazzito. Avanzo. L’ultima discesa è neve fresca pura, sembra che abbia i pattini, vado come una razzo. Dal fondo le urla che provengono dal check point che mi incoraggiano: sei terzo, Filippo. E soprattutto, sei slammer! Tommy e Kyle erano arrivato 4 giri prima di me. Arrivo alla fine, mi butto nella neve. Anzi, inciampo dalla stanchezza. Urlo come non mai. Rimango nella neve e poi mi alzo. Abbraccio tutti, piango come un bambino. È fatta, signori! È SLAAAAAAAAAAAAMMMMM!!!!!

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Risalgo sulla barca e vado a dormire, aspettando gli altri. Il giorno dopo avrei ricevuto le medaglie.

L’ultimo giorno per gli altri è frustrante. in 4 abbiamo finito e quindi possiamo concederci di rimanere sulla nave e dormire più a lungo. Gli altri sbarcano. la giornata è meravigliosa. Il sole illumina Half Moon Bay, che sembra essere un paesaggio extraterrestre. Io mi godo il panorama con una cioccolata calda sul ponte, guardando in lontananza gli altri che corrono. Poi verso le 9.30 ci portano sulla riva. Arrivato, mi sono travestito da pinguino. Io non farò il giro ma mi fermerò ad abbracciare ogni persona che passa. Mi fermo a 500m dall’arrivo e così faccio fino ad essere l’ultimo a tagliare il traguardo. Finito per davvero, mi mettono la medaglia al collo.

2016 4Deserts Antarctica. Photo: Myke Hermsmeyer
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2016 4Deserts Antarctica. Photo: Myke Hermsmeyer

Una coppia decide pure di sposarsi sul continente in presenza del capitano della nave. Si ritorna sulla barca poi per festeggiare e ripartire in direzione Ushuaia. Altri due giorni infiniti attraverso il Drake. La premiazione è avvenuta il giorno prima di sbarcare. Che soddisfazione. Non solo ho terminato in bellezza lo Slam, ma sono anche salito per la prima volta nella mia vita sul podio. Per me ha un valore immenso.

Tornati sulla terra, martedì 29, in molti ci siamo spostati a Buenos Aires per festeggiare. Sono stati 3 giorni bellissimi dove però la voglia di tornare a casa era più grande. Finalmente, arrivato a casa, posso dire di avere concluso la mia grande avventura durata un anno. Un anno incredibile dove ho conosciuto culture, persone e luoghi che mai avrei immaginato. Sportivamente sono cresciuto molto e mi sono innamorato ancor di più di questo magico sport. L’ultima volta che ero passato da casa era in luglio, quasi 5 mesi fa. Ciao, sono felice di essere tornato! Posso auto dirmi: benvenuto a casa Pippa!

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