#PIPPA- Il RACCONTO DELLA “GOBI MARCH 2016” – 2 more to go!!!

#PIPPA- Il RACCONTO DELLA “GOBI MARCH 2016” – 2 more to go!!!

La Gobi March è ormai alle spalle. La seconda puntata è stata caratterizzata da una durezza di condizioni climatiche e di terreno tali da rendere la vita difficile anche agli atleti migliori.

Filippo Gobi 3

Per me la Gobi March è stata una bellissima esperienza. Ho sofferto molto ammetto, ma l’ambiente era geniale. Non posso spiegarlo ma questa volta fra i concorrenti si è venuto a creare qualcosa di piu rispetto alla Namibia. Termino 7, primo nella mia categoria, con 32 ore di corsa. Molto soddisfatto, pensando che reputavo questa la tappa più difficile delle quattro. Insomma, la più delicata.

Filippo Gobi 2

Voglio pero’ raccontarvi cosa è successo durante la tappa lunga, un pezzo di inferno su terra. Durante tutta la gara siamo stati esposti a tutte le possibili condizioni climatiche immaginabili: neve, pioggia, freddo al limite e caldo soffocante. E parlando proprio di caldo, devo ammettere che mai mi ero trovato a soffrire così tanto. Ma andiamo con ordine.

Questo genere di gare si decidono durante la tappa lunga. Prima è solo un riscaldamento ma nel cosiddetto “tappone” (solitamente 70-80km) si può fare la vera differenza e guadagnare, o rispettivamente perdere, tempo importante sugli avversari. Vietato sgarrare.

Già il giorno prima si sapeva che sarebbe stata una giornata lunghissima e durissima. Già il giorno prima le temperature erano altissime. Impossibile riposare sotto la tenda. La sabbia bollente. L’acqua così calda che sembrava té. La notte poi si è dormito senza sacco a pelo. Partenza alle 7 del mattino, un’ ora prima rispetto al normale.

Filippo Gobi 4

So che non potrò andare velocissimo. Soprattutto perché non voglio fare il botto come in Namibia. 3,2,1 si parte. Sono fra i primi ma tengo il passo molto lento. Vengo sorpassato costantemente da altri atleti presi dall’euforia. Decido correre 2 km e camminarne 1 per recuperare. QUesta sarà la mia tattica e mi piace. SOprattutto perché già dopo alcuni km mi ritrovo a recuperare tutti quelli che erano partiti pensando di correre i 100 metri.

Uno dopo l’altro crollano. Il sole è già nel cielo e riscalda le pietre nere del Gobi. Il terreno è variegato. Pietraie, sabbia, qualche villaggio. Arrivo al 3 CP (30km) in buone condizioni. Mi fermo, bevo qualcosa e riparto. Senza rendermene conto sono 5. In lontananza scorgo Iulian, l’atleta romeno protagonista fin a questo momento di una prestazione eccezionale. Non mi sembra stare molto bene e gli chiedo “bine?”, una delle poche parole che conosco in romeno dal momento che lui non parla nemmeno una parola di inglese. Lo passo, e non lo vedo più.

Avanzo imperterrito al mio ritmo alternato. Fatastico, di questo passo i meno di 10 ore sarò al traguardo. Il mio obiettivo però era quello di essere al CP4 (43km) a mezzogiorno, per affrontare gli ultimi 35 km della corsa nel periodo più caldo della giornata.

Dion, l’atleta australiano che compete per le prime posizioni, appare fra le dune pochi km dopo Iulian. Non posso crederci. Oggi tutto va in modo strano. Lo passo ma prima del CP4 mi riprende. Ci fermiamo entrambi a riprendere le energie, bere. Il CP è in un canyon non ventilato. Respirare è difficile. Perciò mi fermo a riprendere fiato. L’aria è quasi peggiore del sole. Ti soffoca. Ma il peggio deve ancora venire.

Filippo Gobi cANE

RIparto 5 minuti dopo Dion. 8km al CP5 dove ho previsto di mangiare il mio purée di patate. Il caldo però fa passare la fame. Il cibo comincia a starmi stretto, così come l’acqua che ha preso il gusto plastico delle borracce e sembra piscio. Il sale, la nausea e il vomito cominciano a farsi vivi. Ma quest’ultimo non riesce a vincere la mia volontà di farlo restare nello stomaco. Al CP5 una bella sorpresa: un pepsi bollente. Ma meglio di nulla alla fine dei conti. La bevo e via, si riparte per gli ultimi 28 km di corsa. 11km al CP6, punto critico prima di entrare nella fase finale. Qui il caldo diventa davvero insopportabile. Troppo, davvero troppo. Il vento, miglior alleato del sole che continua insistente a battere sulla testa, sul collo, sulle gambe, cerca di soffocarmi. Devo concentrare la mente verso la respirazione per evitare di svenire. Correre è quasi impossibile anche se ci tento per qualche centinaio di metri. Il terreno spacca la testa. Una strada sterrata piatta circondata da soli massi anneriti dal bruciore del sole e dal riflesso. Finalmente giungo al CP6. Ormai è quasi fatta. 8 ore fino a qui. Non male. GLi ultimi 17 km si fanno sapendo che è quasi finita. Mi fermo a chiacchierare, a ridacchiare con i volontari e Samantha, una delle organizzatrici. Mi racconta che i 5 passati prima di me erano fiaccati ma stavano bene. Io pero’ preferisco non rischiare mi siedo, mangiucchio qualche noce e cerco di bere l’acqua che nel frattempo è diventata quasi acqua sporca bollente.

Filippo stage 5

Vedo all’orizzonte un avversario, decido che è il momento giusto per rimettermi in marcia verso la fine. 10km al CP7 mi dicono, poi saranno i 7 finali. “Attento però, non ci sono posti rifornimento di acqua intermedi” avverte Sam. RIempio le borracce. Il caldo è davvero infernale.

Entro in un canyon bellissimo correndo dall’euforia ma presto vengo placcato dalla sabbia e da un calore insopportabile, mai provato prima. L’ostacolo è troppo imponente. Mi sembra di crollare ma avanzo. Dopo 3-4km un miraggio, almeno pensavo all’inizio. Dopo qualche istante mi accorgo che sono due persone reali offuscate dalla calura. Uno porta qualcosa nella mano e un altro ciondola come una danzatrice classica. Mi accorgo che qualcosa non va. Riconosco le divise: Dion sta portando lo zaino di Tommy Chen, l’atleta taiwanese giudicato il favorito.

Spariscono dietro una roccia. Non li vedo più. Girando la testa li vedo nascosti all’ombra di una roccia e decido di avvicinarmi. Il mio dovere era quello di sapere come stessero. Dion sta bene, Tommy è a terra moralmente e fisicamente. Ha bisogno di acqua. Mandiamo Dion, il più in forma di tutti alla ricerca di aiuti al prossimo CP, distante circa6-7km. Io sto con Tommy e lo convinco ad avanzare per avere più possibilità di essere aiutati. Partiamo. Mi metto il suo zaino sulle spalle e si va. Tommy mi prende la mano, vuole sentirsi sicuro. Si bagna la faccia ma gli dico di preservare l’acqua che non abbiamo in abbondanza. Poi una jeep appare da dietro dopo circa 1km. Miraggio. “Stop, abbiamo bisogno di acqua” ho urlato. TOmmy si stravacca all’ombra del 4×4, lo seguo. Ci bagnano e ci riforniscono di acqua. I fotografi scendono dalla macchina e ci assillano con foto e video. TOmmy non sta bene. Ci alziamo, mi prende la mano e andiamo. DOpo 50metri scoppia a piangere. “Io non voglio perdere questa gara, ho dato tutto. Mi dispiace per te Filippo”. Ho detto a Tommy che può succedere a tutti e ora deve pensare ad arrivare al CP7. Continuiamo ad andare, andare. Il terreno è molto cattivo. Sabbia molle, un continuo saliscendi ripido.

In cima ad una collina scorgo infine il CP7, ma sembra essere ancora almeno a 2km di distanza. Proseguiamo, Tommy riprende il suo zaino. Arriviamo al CP. Evviva. Tommz esulta, è felice. “Filippo mi hai salvato la vita”. Ci riposiamo insieme. Daniel, l rgazzo messicano, passa dopo un’ora. Si ferma con noi. Anche Iulian è ormai al CP7. Decidiamo quindi di ripartire tutti insieme per affrontare gli ultimi 7km.

Iulian parte spedito. Tommy non ora chiedermi di ragigungerlo anche se vorrebbe perchè ha poco vantaggio su di lui. Io e Daniel lo sproniamo ad inseguirlo. Raggiunto Iulian, ormai lo vediamo a malapena in lontananza. E come sfuggito alla mia vita. Il caldo però, anche se sono le 7.30 di sera, è sempre sui 45/50 gradi (5/10 gradi in meno di qualche ora prima).

Improvvisamente Tommy torna indietro a corsa. Non capiamo che cosa voglia fare. Ma quando arriva da noi si mette ancora a piangere. “Non è giusto Filippo. TU mi hai salvato la vita e io non posso farti questo. Dobbiamo finire insieme. Penso sempre a me stesso e non è giusto. Non è importante vincere”. Mi sento male, vorrei piangere ma le condizioni di strazio non me lo permettono.

Continuiamo insieme fino alla fine, mano nella mano, come fratelli. All’arrivo mi viene da piangere. Corriamo insieme e tutti ci attendono applaudendo. Ci abbracciamo. Tutti mi ringraziano. Non realizzo bene.

Filippo Tommy 3 Filippo Tommy 2 Filippo Tommy 1

Il sole va finalmente a dormire. Ma il calore da lui lasciato sembra non volerne sapere e le temperature sembrano quasi le stesse anche quando è notte. La stanchezza è troppa ma quando si decide di dormire comincia la tempesta di sabbia. La tenda cade. Decido di dormire fuori e mi risveglio seppellito dalla sabbia, che nel frattempo si è ifilata in ogni sprazzo possibile.

Finisce una tappa da incubo in un deserto molto ostico. Ma quello che ho apprezzato di piu di tutto ciò è stato quello che mi ha dato il poter aiutare un campione, un avversario, un amico, un concorrente, insomma come volete chiamarlo. Niente mi rimarrà più impresso di questi momenti per queesta gara. SOno sicuro che anche Tommy la pensa così. Niente è più gratificante di sapere di aver fatto del bene ad un altro essere umano. QUeste sono le cose che ti aiutano a migliorare come uomo.

Questo sport è un continuo insegnamento alla vita. Pochi sono gli sport che oggi possono vantare una tale virtù. E la corsa estrema penso sia unica. Insegna che l’importante è essere prima amici, compagni e poi avversari. Divertirsi ma aiutare. Ezsere primi e ultimi solo in classifica e non nella vita. Ma soprattutto mi ha insegnato che dare non significa automaticamente anche ricevere. Ho imparato chiaramente che si può dare tanto senza ricevere nulla. Anzi ricevere solamente belle energie dallaltro, che apprezza le tue azioni.

Filippo Daniel Tommy stage 5 gobi

Voglio solo ricordare questo. La Gobi March per me rimarrà questo. RIngrazio il Team 4Deserts per aver pensato a me per il premio “sportsmanship” ma non era giusto. Se lo avessero dato a me, lo avrebbero dovuto dare anche a Dion Leonard, perchè anche lui lo meritava tanto quanto me.

Filippo Gobi medaglia

#PIPPA

Fra poco il Gobi: un pensiero all’acqua

Fra poco il Gobi: un pensiero all’acqua

Con la pausa lunga solo 6 settimane che si sta esaurendo, il mentale è sempre più incentrato sulla prossima e seconda tappa nel deserto del Gobi. Un deserto molto particolare, sia a livello energetico che naturale.

Ancora 250 chilometri, ancora 6 tappe. Tutto in autosufficienza e su un lasso di tempo di 7 giorni. Insomma, dalle coste del Namib non cambia nulla, solamente il clima e il terreno. Anche se il Gobi è sempre un deserto soggetto a sbalzi notevoli di temperature, la sua peculiarità è la posizione geografica che lo porta ad avere delle caratteristiche diverse dall’idea comune di deserto.

Non solo sabbia, dune, laghi salati. La zona del deserto (che si estende fra Cina e Mongolia) che attraverseremo sarà nella regione della catena montuosa Tian Shan (catena che si espande fino all’Asia Centrale), cugina della più famosa Himalaya e quindi montagnosa, rocciosa e fredda (si correrà anche vicino ai 3 mila metri).

Arrivo alla gara preparato e ancora sicuro delle mie capacità. Ho avuto un qualche acciacco che sono riuscito a gestire in maniera ottimale, grazie al prezioso aiuto di Paolo Barghini (il mio preparatore), Guya De Ambrosis (mental coach che si è rivelata non importante ma di più) e il suo marito osteopata Matthias, la fisioterapia e i massaggi dello studio Physio Sport di Sant’Antonino, il pilates di Barbara e Monica Caroni e l’agopuntura di Fabio Märki.

Ora però sta a me fare la differenza, come un mese fa in Namibia. Parto per la Cina cosciente del mio potenziale e pronto a dare ancora il massimo. Il materiale è quasi pronto. Nell’alimentazione ho cambiato poco. Al parmigiano ho affiancato dello Sbrinz, formaggio che ricordo essere più calorico del primo e che avrà lo scopo di cambiare il gusto. Per quanto riguarda pranzo e cena, al solito purée di patate e polenta, ho aggiunto della pasta, che in Namibia, alla fine della tappa lunga, mi ha dato un forte sollievo e che per fortuna avevo scambiato o preso da un compagno di tenda. Infine porterò più taralli, più noci e vedrò di sostituire un po’ le barrette KeForma, ottime da digerire e leggere.

Ma durante la Gobi March, l’attenzione sarà rivolta ad un’altra campagna. Una settimana fa insieme a Helvetas abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi per costruire dei pozzi d’acqua nello stato africano del Benin. Su www.lifechanger.ch si potrà versare un contributo che andrà a favore dell’acqua. Run the deserts, run for water è il mio motto. È giusto divertirsi, ma se lo si fa anche con un obiettivo umano penso che sia ancora più bello. Avendo inoltre visto personalmente le condizioni delle popolazioni rurali africane, dare un piccolo contributo servirà solamente a far sorridere qualcuno e renderlo felice. Perchè la felicità è la base di tutto. È la base della vita. Invito chiunque quindi, a partecipare seppur in maniera minima. Un piccolo aiuto può avere un grande impatto.

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Vi aspetto tutti nello Xingjiang cinese (regione dove si svolgerà la gara) dal 18 al 26 giugno. Per seguire gli sviluppi della corsa, dal momento che dopo la prima gara non sono mancate lamentele sul funzionamento bizzarro del sito, ho deciso di scrivere un blog in diretta così da poter raccontarvi le mie sensazioni.

Andiamo a prenderci anche il Gobi. #PIPPA #RUNTHEDESERTSRUNFORWATER

Il sito della gara: www.4deserts.com

Il sito della raccolta fondi: https://life-changer.helvetas.ch/filipporossi/competizionesportiva

 

I racconti della Sahara Race – E via con la prima! #PIPPA

I racconti della Sahara Race – E via con la prima! #PIPPA

Manca solo un chilometro, dai Filippo, ci siamo quasi, 900 metri, 800, 700,… più la distanza nell’ultima tappa diminuiva, più il mio cervello cominciava a realizzare che il dolore era terminato, che era ora di mangiare, di bere una birra, di godersi il meritato riposo.

Gli ultimi chilometri, corsi in sofferenza per guadagnare una posizione ma con 4 unghie dei piedi infette e un tendine infiammato, sono stati lunghissimi. Un terreno spinoso, molle e difficile da correre ha portato tutti i corridori della Sahara Race a completare i 250 chilometri.

L’ultima notte è stata molto difficile, il tempo non passava mai, soprattutto perché reduci da una giornata di pausa dove l’unica cosa gradita era rimanere nel sacco a pelo a causa del freddo e del vento oceanico che continuava a molestare le tende verde militare, nelle quali i 300 partecipanti alla manifestazione trovavano riparo per la notte. Ma la gara è stata fatta prima, queste sono solo piccolezze.

Quando sono partito da Windhoek per arrivare a Swakopmund, luogo di ritrovo per la gara, non pensavo minimamente di aver dovuto difendere per una settimana un ottimo risultato (almeno per me).

Come mio solito, ottimo viaggiatore disorganizzato, la sera prima di un week-end lungo namibico, mi trovo senza mezzo di trasporto per raggiungere la località più ambita dagli abitanti della capitale. Che fare? Autostop? Volare? Alla fine contattando l’organizzazione un gentile signore namibiano origini tedesche mi ha offerto un passaggio nel suo pick-up stracolmo di materiale per la gara. Mi ha pure offerto il pranzo che si era portato da casa con la scusa che era a dieta. Insomma, ospitalità africana.

A Swakop, il clima era geniale. Tutti i corridori erano in città, rendendo una normale piccola cittadina di mare e pescatori, un luogo vivace con ristoranti pieni e tanto baccano. La cittadina è stata fondata dai coloni tedeschi alla fine del XIX secolo e ancora oggi porta i segni dell’architettura europea, che posta vicino all’Oceano atlantico ha un fascino molto particolare.

Già venerdì, subito dopo il mio arrivo, ecco il controllo materiale. Tutti molto sorpresi di vedere il mio zaino curato nei minimi dettagli, alla fine mi danno la benedizione. 6,7kg, un peso ottimo per partire.

Sabato ci portano nel campo base, da dove poi scatterà la gara domenica mattina. Ci inoltriamo nel “Skeleton Coast National Park”, normalmente vietato al pubblico. Questa parte del deserto del Namib, ha la particolarità di terminare direttamente nelle potenti acque dell’Oceano. Ecco che, come deserto, non era quello che ci si aspettava. Umidità, moltissimo vento, freddo anche durante il giorno e sempre una nebbiolina dovuta allo spostamento delle sabbie.

Dopo una prima notte, dormita non particolarmente bene, eccoci alla partenza. Tutti adrenalinici, pronti a dare il massimo. Alcuni più tranquilli di altri. Io sono sicuro delle mie potenzialità. Pronti, partenza e via. Ormai non si torna davvero più indietro. Il peso dello zaino e la pressione generale di mostrare di che pasta sono fatto tentano di fermare la mia ferrea volontà, ma non ci devono assolutamente riuscire.

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Dopo il primo Checkpoint (CP), i corridori già si sono dissoluti molto attraverso il percorso. Io, non avendo percepito bene in che posizione mi trovassi, continuo a correre al mio ritmo tranquillo, senza forzare, per capire che tipo di gara potessi fare. Ma dopo il CP 3, al 30 km (quindi a sette dalla fine), ho sentito la forza nelle gambe e ho spinto, recuperando almeno 6 posizioni e guadagnando minuti preziosi che in seguito mi faranno molto comodo.

Pensando di essere terzo, alla fine della tappa sono deluso nel vedere già così tante facce note al campo numero 2. In effetti, ero 12, non male affatto ma risultato inaspettato. “Filippo, calma, la gara vera e propria non è oggi, ma giovedì e hai ancora 3 tappe che ti separano dalla quella lunga” mi sono detto fiducioso, sapendo di aver potuto recuperarein seguito.

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Il campo numero 2 mi ha fatto patire molto il freddo. Il vento era molto forte, rendendo la vita difficile a chiunque volesse avventurarsi per andare a prendere l’acqua calda, servita al centro del campo dai locali che la scladavano con delle teiere, o solamente uscire per scaricarsi o scaldarsi di fianco ai fuocherelli. La mia tana era come al solito la tenda, che mi ha permesso di recuperare in modo adeguato. Al tramonto, era già ora di dormire e pensare alla seconda tappa, 42 chilometri e considerata la più difficile delle 6.

Partito come una saetta, presto mi ritrovo fra le top ten. L’inizio della tappa è un altopiano sabbioso, molto duro. Dopo alcuni chilometri ormai, il gruppo si dilegua ancora di più e mi ritrovo a lottare per il terzo posto. La sabbia è sempre la stessa, solo che ora ci hanno portato in riva all’Oceano, una pianura di almeno 5 chilometri che permetteva, in lontanza, di vedere il CP 1. Arrivato lì, mi rifornisco di acqua, mangio, e via riparto per non perdere il gruppo. Presto mi ritrovo ad inseguire Kyle, partito al CP1 senza fermarsi e attualmente terzo. I primi due ormai sono già troppo distanti. Kyle, un americano, corre come un metronomo. Lo seguo con fatica ed ecco che improvvisamente mi semina. Thomas invece, un tedesco, viaggia ancora al mio ritmo prima di cedere verso il 23 chilometro. Oramai il CP3 è vicino, e vedo già il momento finale, il più duro sulla carta. Arrivato, in quarta posizione consolidata, mi sono rilassato. Mi sono rifornito in velocità e sono ripartito. Ormai le nuvole uggiose hanno cominciato a lasciare spazio al caldo cocente di mezzogiorno. Dalla costa, ecco che cominciamo ad addentrarci nel deserto interno, quello più caldo. Dopo 1 km ecco la crisi. Sono stanco, ho corso molto bene ma comincio a sentire la fatica. La respirazione e lo stomaco non mi lasciano stare. Ma sono sicuro che mi mancano per l’esattezza 9km all’arrivo, non sono molti. Sono anche consapevole che devo difendere la posizione, guadagnare tempo. Ormai, quando si è davanti, la pressione è alta. E l’ho imparato qui per la prima volta nella mia vita.

Dopo una serie di sali scendi rocciosi che mi sfiancano, comincia un pezzo infinito, un falso piano, sabbioso. Ecco che da dietro appaiono Ole e Thomas, il ragazzo scozzese e mio compagno di tenda che alla fine arriverà terzo. Mi passano senza lasciarmi scampo. Io continuo imperterrito.

Mancano forse 3 chilometri. Thomas non è ancora troppo lontano, lo posso riacciuffare. E così farò. Al traguardo lo batto per soli due secondi su uno scatto finale emozionante, saltando da una piccola collinetta di sabbia. La seconda tappa la concludo 5. Felice e beato. Il sole splende e finalmente si sente il caldo che tanto aspettavo. Riposo meritato al campo, senza maglietta che metto ad asciugare, chiacchierando con gli altri corridori.

Il terzo giorno ho lo spirito sempre carico. Pronto a fare la differenza. Ancora 42km ma questa volta niente vento, nessun oceano. Solamente pietra e un sole che la distrugge. L’obiettivo è logorarsi il meno possibile nella calura. Nei primi due CP, fino al km 17, sono una roccia, tengo la posizione numero 4 che mi contendo insieme al tedesco Thomas. Ole, il norvegese, è già lontano e insegue i primi due, inarrivabili come sempre.

Poi, prima del CP3, il sole fa il suo sporco dovere. Ci sfianca. Ole lo recuperiamo sul tragitto disidratato e per questo dopo il quarto giorno, si ritirerà. Cerco di aiutarlo dandogli la mia poca acqua rimasta ma anche io sto rischiando. Al CP3 poi, ci obbligano ad aggiungere mezzo litro alle nostre riserve. Ripartiamo in 3. Ole tiene il passo. Ci scambiamo a vicenda la guida del trio per darci manforte ma alla fine il norvegese scoppia e diventa un duello per la terza posizione fra me e il tedesco Thomas. Non si ferma mai, continua anche lui come un carro armato. Ma so che gli fanno male le ginocchia e che è stanco. Mi semina comunque, avanza di almeno 600 metri finché lo vedo solo in miniatura. Ma non mi do per vinto e continuo a puntarlo fino a che a pochi metri dall’arrivo, con una falcata prorompente per almeno un chilometro, lo sorpasso, a solo un centinaio di metri prima del traguardo. Pensando di essere terzo, rimango deluso a sapere che un altro giapponese era entrato nella top ten, fregandoci la posizione. Ma sembrerebbe ancora distante di tempo.

Il quarto giorno è delicato. È il giorno antecedente alla grande tappa. Perciò bisogna fare attenzione alle energie e a non infortunarsi. Ole si ritira, non tiene più. Kyle invece, che nella terza tappa era stato male e quasi si era ritirato, sembra non voler forzare. La tappa è di 41 chilometri, molto in discesa ma su falso piano e sempre accompagnata da una calura insopportabile. Partito anche io con parsimonia, vedo che il gruppo davanti prende già troppa distanza. Brutto segnale se più tardi vorrò attaccare o mantenere la posizione. Soffrendo molto, riesco ad arrivare al CP3, antecedente alla fine e a vedere finalmente il traguardo. Kyle, che teneva il mio ritmo, cede. Ma riesco a vedere davanti a me Thomas, lo scozzese, che nel frattempo era scalato dietro di me in classifica, ma oggi conduce di qualche minuto prezioso. Ecco che tento di attaccarlo ma nulla da fare, non ho più benzina a soli 4 chilometri e decido di tenermi per l’indomani, dove avrei per forza dovuto tenere un ritmo più elevato. Concludo ottavo ma felice e concentrato per il giorno seguente.

La tappa lunga, come diceva il grande toprunner italiano Filippo Salaris, è dove questo genere di gara viene deciso. È infatti qui che i tempi possono essere allungati in maniera decisiva sull’avversario ed è importante non sbagliare, perchè potrebbe essere letale. Per me la tappa lunga alla Sahara Race significava molto. 77 chilometri non mi spaventavano, ma mi spaventava il fatto di dover difendere ardentemente il terzo posto che mi ero guadagnato nel frattempo in classifica generale.

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La partenza per me è stata molto dolce, un passo molto rilassato che mi ha dato fiducia per le ore seguenti. Ma la pressione di difendere era troppa. Ho spinto un po’ di più per evitare di perdere il treno fin da subito. La sabbia molto cattiva fra il CP1 e ilCP2 non mi ha fermato. Le dune fra il CP2 e il CP3 non mi hanno fiaccato, anzi le ho affrontate insieme a Thomas, il tedesco. Lo scozzese era già troppo avanti e non tenevamo la 4 e 5 posizione.

Dopo il CP3, quindi al 30 chilometro, mi sento bene e allora parto per andare al prossimo CP, sapendo che avrei potuto distendermi un attimo, riposarmi e ripartire per il rush finale. Ma purtroppo, al CP4, dopo essermi seduto a prendere una qualche proteina, ho dimenticato di mangiare e ho pagato questa sciocchezza nei chilometri successivi. Non sono più riuscito a correre come prima, niente più forze, niente più concentrazione. Ho letteralmente visto le stelle.

Quei 30 chilometri, mi sono costati 2 ore in più di marcia, che hanno significato perdere il terzo posto, scivolando all’ottavo. Non importa la classifica direi, ma mi rammarico un po’ di aver sbagliato la tattica proprio nel momento cruciale. Purtroppo sapevo che nell’ultima tappa, la differenza ormai non l’avrei più potuta fare.

Conlcudo 7 generale maschile, 8 assoluto, 1 categoria under 29. Felicissimo di una prestazione ottima. E ora pensiamo al Gobi.

La Namibia, il fascino del deserto

La Namibia, il fascino del deserto

Eccomi qua, di nuovo in Africa. Dico di nuovo perché ho passato qualche tempo in questo continente misterioso ma così vario nelle sue sfaccettature, nei suoi luoghi, nella sua gente. Ogni volta che si atterra in Africa, che sia un paese o una città differente, si rivive uno spirito magico.

Senza voler trascurare i lati negativi, che a volte sembrano prendere il sopravvento, voglio parlarvi di un luogo mistico, con un fascino tutto suo: la Namibia.

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La Namibia si trova nella parte sud occidentale del continente nero. Ha una superificie enorme, piu’ di due volte quella della Spagna, ma una popolazione che è meno della metà di quella svizzera (circa 3 milioni di abitanti). Un paese giovane che al suo interno nasconde una storia e una cultura molto ricca. Dapprima territorio coloniale tedesco, è passato dopo la prima guerra mondiale sotto il controllo delle forze sudafricane, fino al 1990 quando ha ottenuto la propria indipendenza, sudata con il sangue.

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Oggi questo paese è conosciuto soprattutto per i suoi paesaggi mozzafiato. Dalle steppe della Savana settentrionale e orientale, fino al famoso deserto del Namib, che verso occidente bacia le impervie onde dell’oceano Atlantico. Il sole sovvrasta incontaminato questa terra per ben 360 giorni all’anno e il clima è molto secco. Insomma, volenti o nolenti, siete nel deserto.

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Ed è proprio qui, fra queste dune, laghi salati e coste frastagliate che correrò la prima delle mie 4 tappe in giro per il mondo. 250 chilometri di pura goduria, attraversando degli scenari naturali che solamente un insensibile potrebbe non rimanerne affascinato.

La città di ritrovo è Swakopmund, sulla costa centrale. Ex-cittadina coloniale tedesca che una volta fungeva da porto principale, oggi “Swakop” (come la chiamano i locali, anche se in verità sarebbe il nome del fiume che sfocia in tale località) è una piacevole e tranquilla località turistica. I controlli materiale e medici sono previsti per sabato 30 aprile, e la partenza per domenica mattina, 1 maggio.

Durante questa prima settimana di soggiorno in Africa sud-occidentale, ho conosciuto un sacco di persone interessanti. Da Heinz, un tedesco cresciuto nella cittadina meridionale di Lüderitz che mi ha ospitato durante i tre giorni della mia permanenza nella cittadina, a Richard e Bianka, una giovane coppia di Windhoek (la capitale) molto disponibile e che mi ha fatto integrare nel luogo in breve tempo.

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Che dire, il fascino di scoprire sempre un posto nuovo non ha prezzo.

Per seguire la gara in diretta, da domenica a sabato 7, potete usare il link seguente: Sahara Race

Oppure stare connessi su FB.

Per riascoltare il podcast di martedì con Carlotta su RFT:

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State con me,

Aloha,

PIPPA

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#PIPPA: Correndo sulle orme di Lawrence

#PIPPA: Correndo sulle orme di Lawrence

Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto com Lawrence d’Arabia, percorreva spesso il tratto di terra conosciuto come Wadi Rum, un deserto sabbioso che presenta formazioni rocciose molto particolari. Milioni di anni fa era fondale marino, ma poi è diventato l’habitat di numerosi beduini e specie animali. Un territorio strategico che separa la penisola arabica dal Sinai e dal quale spunta, nella sua parte più meridionale, la famosa città di Aqaba, che da il nome allo stretto sul quale si affaccia.

Il Wadi Rum è conosciuto internazionalmente anche per il suo fascino “hollywoodiano“. Molti film sono stati girati proprio fra queste sabbia, a partire dallo stesso “Lawrence d’Arabia” (1962) a film più recenti come “Transformes”. L’ultimo capolavoro però, è di matrice giordana. “Theeb” (dall’arabo “lupo”), è stato il primo film giordano a candidarsi al premio Oscar nel 2016. Interamente interpretato da beduini senza nessuna conoscenza del mondo cinematografico, il film narra la storia della catastrofe beduina dopo la creazione dei confini e di un bambino, attorniato da un mondo in guerra e della “Nahda” (la Grande Rivolta Araba), che ha suscitato nel popolo arabo, allora completamente disunito, il volere di una nazione unica e unita. Quest’anno tra l’altro si festeggia il suo centenario.

Correre sulle orme della storia, sulle vie che Lawrence percorreva durante le sue campagne contro gli ottomani, mi crea un sentimento inspiegabile. Passando attraverso queste distese vallate sabbiose e contemplando, durante le ore di allenamento, le rocce baciate dal sole, non ha prezzo. Solo, in mezzo al nulla. Qualche volta si incontra un gruppo di cammelli, che a quanto pare diventano aggressivi solo in inverno, ma in generale ti guardano come per dire “ehi tu, perché mi guardi con sorridendo?” e “ma perché devi venire proprio qui ad allenarti?”. I cammelli mi sono sempre stati simpatici e ne ho avuto la conferma. Sono protettivi, come ogni animale, ma sotto sotto sono buoni. Possono sopravvivere senza acqua un mese in inverno e due settimane in estate, incredibile. Me lo ha raccontato Hilal, un beduino. Anche il cammello può essere ricondotto a Lawrence, che ne ha fatto un mezzo di trasporto essenziale, essendo l’unico animale atto ad attraversare il deserto.

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Il sole in febbraio e marzo non batte così forte, sicché è possibile correre anche nelle ore di punta. Tuttavia mi sono sempre portato dietro una riserva di 3 litri di acqua “just in case”, come si suol dire. Mi ricordo questa frase, che mi è sempre rimasta impressa, dal giorno della graduazione nell’esercito. L’ufficiale che ci aveva preparato per la cerimonia continuava a dirlo con un accento tedesco molto pronunciato, e da quel giorno non me ne sono dimenticato. Insomma per tornare al deserto, l’allenamento comincia al mattino normalmente. Dopo la prima colazione nel campo. Un po’ di pane e marmellata, un po’ di hummus, un po’ di caffè ed eccomi pronto all’uso. 3 o 4 ore, perdendomi e scegliendo le vallate da seguire grazie a una foto satellitare della regione. L’unico problema, le distanze. Devo sempre cercare di regolarmi, vedere quanto ci metto a percorrere una vallata e stimare il tempo per percorrerne un altra. Insomma, come dice il mio caro amico Stefano, e per non essere volgari, “à la carte”.

Il momento più bello che ho passato al Wadi Rum però, l’ho vissuto qualche settimana fa nel campo tenuto da Abu Ziad, un lavoratore egiziano venuto a lavorare in Giordania per carenza di possibilità nella sua terra. I beduini però, sono abituati a ciò. Nel cuore in fondo, sono sempre nomadi. Arrivato al “Muhaiam Captain” (il campo captain), mi sono subito reso conto di essere l’unico ospite. Il campo era tipicamente beduino, con le tende nere e il mobilio volutamente “kitch”. Abu Ziad sapeva del mio arrivo e così mi ha accolto molto cordialmente, dandomi addirittura una camera con gabinetto e doccia privati. Discutendo con lui, ho capito che era davvero ben intenzionato. Ormai gli arabi ho imparato a conoscerli, dopo essermi fatto fregare una volta nel gennaio del 2011. Da quel momento ho giurato che sarei stato, non cento, ma mille volte più insistente e pesante di loro per sopraffarli. E ci sto riuscendo.

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Partito immediatamente per il primo allenamento, Abu Ziad mi ha portato da mangiare dicendomi di prendere la frutta in caso avessi fame nel tragitto. In effetti è stata un’ottima idea. Una mela fresca mi ha proprio fatto bene dopo un’oretta di corsa sulla sabbia rovente e fra i piccoli arbusti ancora in vita.

Tornato, quasi fossi a casa, Abu Ziad mi ha accolto come se fosse mia mamma. Mi ha detto “fai la doccia e poi mangi”. E così ho fatto. Ma la cosa più commovente è successa il giorno seguente. Dopo aver espresso la volontà di imparare a mettermi in testa la tipica sciarpa giordana (stile “kuffiah” palestinese ma con quadratini rossi e bianchi), Abu Ziad si è presentato a colazione dicentomi “hadha hidayati ilak” (questo e il mio regalo per te), porgendomi una nuova sciarpa. Commosso, ho subito voluto provarla ed ecco che Abu mi ha insegnato come fissarla, senza avere il cerchietto.Io non sapevo cosa dire. È proprio vero che chi non ha nulla, ti da tutto. Sembrava molto felice. Durante la corsa era come non avere nulla in testa (penso che correrò così la prima maratona).

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Per me il Wadi Rum non è stato un luogo e basta. Ci ho lasciato il cuore e fortunatamente potrò tornarci ancora un’ultima volta prima del mio ritorno in Svizzera. È un posto magico che ti porta con l’immaginazione in un altro emisfero. Ho avuto la fortuna di vederlo anche con il cielo grigio e la tempesta di sabbia e posso assicurare che lo spettacolo era identico a quando c’era il sole.

Capisco, ora, perché Edward Lawrence si sia innamorato, non solo del popolo arabo, ma anche di queste zone meravigliose. Lui ha imparato ad amare gli arabi, ad apprezzarli, perché li ha conosciuti a fondo. Non potrò mai avere la sua conoscenza e saggezza, ma posso dire questo: ora capisco molte cose.

#PIPPA

Benvenuti! La presentazione del blog di #Pippa! #FollowPippa

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Ciao a tutti,

Gateway Tours, in collaborazione con Radio Fiume Ticino, mi da la possibilità di scrivere un blog di viaggio in quest’avventura piena di emozioni iniziata alla fine di gennaio e che si spera termini a fine dicembre. Oltre al blog, sarò in onda sulla rubrica di RFT #FOLLOWPIPPA.

Sto parlando evidentemente del mio progetto 4 Deserts “the Grand Slam”. 4 deserti, correndo per 250km in totale autosufficienza. Complessivamente quindi 1000km più allenamento (circa 80/110 km a settimana). Le tappe saranno Namibia (maggio), Gobi (giugno), Atacama (ottobre) e Antartide (novembre). Ho deciso di correre in favore di due associazioni non governative che operano in varie zone del mondo: Insieme per la Pace e Helvetas. E voglio dedicare tutto il progetto all’acqua, elemento vitale per l’essere umano ma che purtroppo ancora non è accessibile a tutti. Durante l’anno saranno organizzate collette e campagne crowdfunding. Il motto che ho inventato è: #RUNTHEDESERTSRUNFORWATER.

Durante i miei spostamenti vi terrò aggiornati con i soliti post via Facebook ma anche attraverso questo blog, raccontandovi delle mie avventure sportive e non solo. Deve diventare anche uno spazio culturale. Voglio dire, voglio farlo diventare uno spazio culturale, dove voi potrete scoprire il mondo della corsa ma anche curiosità dei luoghi in cui correrò e che avrò modo di visitare.

Attualemente, dalla fine di gennaio, mi trovo in Giordania, dove mi tratterrò fino al 10 aprile  preparandomi per la prima gara. L’obiettivo principale era quello di correre nella sabbia (anche se, come uno sprovveduto, ho scelto uno dei soli deserti che ne ha molto poca ma in compenso moltissima roccia). Ma non solo, dal momento che la mia passione/professione di giornalista freelance e collaboratore esterno del Corriere del Ticino mi dà la possibilità di andare a fondo nelle culture locali, ho avuto modo di scoprire moltissimo e continuerò a farlo per tutto l’anno. Durante i week end mi sono spesso spostato nelle zone meridionali della Giordania, dove la sabbia è più presente. Wadi Rum in primis. In settimana invece mi sono trattenuto ad Amman, studiando l’arabo (lingua in cui sono laureato all’università di Zurigo) e facendo reportage giornalistici.

Scusate, mi sono dimenticato di presentarmi. Mi chiamo Filippo Rossi, ho 26 anni e sono cresciuto in Ticino, unico cantone di lingua e cultura italiana della Svizzera. Volete saperne di più? Seguitemi sulla mia pagina Facebook, sul mio sito www.filipporossi-ultrarunning.com o su questo blog semplicemente.

Colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che mi stanno sostenendo in quest’annata da urlo, a partire da Gateway Tours e il suo direttore Sandro. Ma non volendo assolutamente trascurare gli altri li citerò qui di seguito: Studio Dottor Rossi, Mammut e Balmelli Sport, Ottica Götte, Spirito Libero, KeForma, L’altra Lingua, Radio Fiume Ticino, Banca Stato, Studio Pilates, Physio Sport, Comune di Comano, Fiduciaria Gielle e Easyscene.

#PIPPA #RUNTHEDERTSRUNFORWATER